Press/reviews



Stars are crashing (in my backyard)
Midfinger Records, January 2008


UNCUT
di Chris Roberts
Italian five-piece deliver on their lofty ambitions
Many bands claim to be influenced by Bowie and Roxy Music. Few however both a) get it right and b) create from those baroque sources something novel rather than nostalgic and startling rather than familiar. This high romanticism echoes Stranded-era Roxy (that outfit's most under-appreciated phase) and Bowie's troubadour periods, but in cultural translation much is gained not lost. Gianluca Maria Sorace sings with a sea-tossed swoon that would shame Billy McKenzie ("No Wings Inside" is epic in both design and accomplishment), and in the ravishing strings and brass there are traces of Tindersticks or Calexico. (4stars/5)

BIGTAKEOVER
di Mike Pearlstein
Hollowblue is the project of honey-voiced Itlalian singer, Gianluca Maria Sorace (who I was lucky to discover through his earlier EP with the UK's under-rated Anthony Reynolds ). Opener 'First Avenue' features a spoken word intro by (novelist / poet) Dan Fante, and then quickly morphs into a memorable, punchy pop song (involving dragging dirty laundry and socks down the street).
Sorace's accent (which comes off a bit quirky, at first,) soon becomes comfortable, like an old t-shirt, adding real weight and compassion to these songs of life and love. A guest turn by Lara Martelli (on 'We Fall') is a serious highlight, as is 'Lovestars', and the cryptically-titled: 'Jodie Foster'. The thing with Sorace; you can really feel the urgency and passion in his vocal delivery.
Hey, how often do you get to hear quality, Italian-made pop? ...I'm saying, bro!

INSIDE ART
di Simone Cosimi
Un disco di una maturità impressionante. Fuligginoso come
solo Nick Cave se fosse arrangiato dai Calexico e non disdegnasse
delle raffinate aperture jazzy. L’estro dell’ombroso
Gianluca Maria Sorace guida un talentuoso quintetto
verso un noir folk-pop che si schiude quando meno te lo
aspetti (“Tiger”) e costruisce ballad strazianti, fra qualche
eco dal Duca bianco e una genuina ispirazione. Con il contributo
del figlio d’arte Dan Fante. Da ascoltare la sera, tornati
dal lavoro (se ne avete uno). Per disperarvi con stile.

ROLLINGSTONE
di Giuseppe Fabris
Download: This summer, Tiger, Stars are crashing in Mexico
Se dovessimo scegliere gli hollowblue come compagni di viaggio ci troveremmo, nell'arco di poche canzoni, a coprire lo spazio che si frappone tra Livorno e L'Inghilterra, per poi proseguire spediti verso i deserti americani. Il debutto della giovane creatura di Gianluca Maria Sorace passa con agilità dalle ballate polverose alla Calexico (This summer), al pop made in Albione (Tiger) unendo il tutto con melodie affascinanti e la voce di tenebra del leader. Ma non pensiate a un debutto troppo legato ai riferimenti musicali: Stars are crashing (in my backyard) è ricco di grandi canzoni scritte con maturità e, in First Avenue, vanta persino la partecipazione dello scrittore Dan Fante. (4stars/5)

BUSCADERO
CI hanno messo tre anni gli Hollowblue a dare un seguito al loro disco di esordio ma finalmente eccolo qui. Stars are crashing (in my backyard) (Midfinger/Audioglobe) è un disco che riconferma in pieno l'abilità a tessere canzoni pop-rock baciate da arrangiamenti intelligenti e ben orchestrati e dal potere evocativo non indifferente. Gianluca Maria Sorace è un songwriter di razza e sarebbe davvero un peccato se queste canzoni rimanessero ad appannaggio dei soliti quattro gatti, specie se ne consideriamo il potenziale commerciale; infatti, oltre ad essere uno specialista nelle ballate introspettive e romantiche, tranquillamente degne di giocarsela con quelle di band quali Tindersticks o Devics, qui c'è anche qualche numero pop (First Avenue, Tiger, ad esempio) che non scherza affatto. Curatissimo il suono e l'impalcatura strumentale che, oltre alla consueta strumentazione rock, aggiunge archi e violini, trombe e pianoforte, qualche loops e delle tastiere. Forse il cantato in italiano al posto dell'inglese, gli aprirebbe qualche porta in più, ma anche così sono una realtà da tenersi stretta (***1/2)

ONDALTERNATIVA
di Luigi Gaudio
Tavolacci di legno polverosi. Finestre rotte e chiuse alla meno peggio per non lasciare entrare il sole. Maniche di camicia arrotolate. Pelle viva, scura e resa lucida dai colpi violenti dei raggi che ti aspettano fuori. Corpi sudati distesi in ambienti silenziosi, in attesa che fuori la notte possa permetterci di respirare. Questo, e tanto altro ancora, sono gli Hollowblue di “Stars are crashing”.
Dodici tracce di cui non si può far altro che parlar bene. Dodici tracce in continua tensione, come se, da un momento all'altro, dovessero esplodere o, quantomeno, si dovesse venir aggrediti da qualche banda troppo affamata per rendersi conto che anche tu, in fondo, non hai nient'altro oltre a quello che hai addosso.
Le canzoni del gruppo toscano sanno di fumo e polvere. Sanno di vite stentate e tirate fino all'ultimo secondo. Sanno di donne arrabbiate, capaci di andare per la loro strada senza eufemismi o forzature di correnti troppo poco convincenti per durare. I riferimenti ci sono e vanno dall'Australia e l'Inghilterra di Nick Cave alla California ed il Messico, irrimediabilmente fusi nei Calexico, ma non stiamo ascoltando certo una fotocopia. Il suono è un amalgama perfetto di fiati, archi, chitarre acustiche che di tanto in tanto si fanno più aggressive, voci delicate ma che sanno esprimere anche sofferenza sincera.
Premere “play” con questo disco nel lettore è tuffarsi pienamente in quell'atmosfera decadente e romantica che è propria solo di alcuni luoghi del mondo...Messico su tutti. Lì dove la vita si può racchiudere in una battuta di saggezza popolare. Rock, folk, pop e soul sofferto sono il filo conduttore di questo viaggio. Un viaggio che già ai primi cinque brani, sono pronto a scommetterlo, potrà sciogliere anche i cuori più duri. E poi, ragazzi, questi vanno in tour (e non solo) con il figlio di John Fante! (****)

KALPORZ
di Davide Vèroli
“Siamo qui, con qualcosa da dimenticare che io non capisco”. E’ sul pianoforte di “No wings inside” che un disco come questo trova la sua chiave di lettura: i ricordi che ti danzano attorno, una casa vuota all’ora del tramonto, l’eco di una voce che ti accarezza.
Se fosse possibile un paragone pittorico per le canzoni di “Stars are crashing (in my backyard), il primo disco su lunga distanza dei livornesi Hollowblue, questo sarebbe Edward Hopper, le sue solitudini altere, i suoi silenzi carichi di attesa. Canzoni che vivono del timbro caldo di Gianluca Maria Sorace, di archi lacrimosi, di chitarre che si accendono all’improvviso, di amori per David Bowie (“Laughing in tears”) e di voci che si corteggiano su un pianoforte (la meravigliosa “We fall”, cantata assieme alla sempre più seducente Lara Martelli), di suggestioni desertiche come di piccole, preziose miniature alla Divine Comedy (“Hollowblue”).
E’ un disco profondamente malinconico, “Stars are crashing (in my backyard)”, ma non triste. E’ teso, ma mai violento. E la sua luce è offuscata solo da un paio di lungaggini di troppo, ma nei suoi 52 minuti non è raro rimanere a bocca aperta: accade nell’attacco di “First avenue” (dove la batteria pulsa, mentre violoncello, tromba e contrabbasso lanciano piccole scintille dissonanti sotto la voce di Dan Fante, prima di dissolversi in un brano da Calexico melodrammatici), o nella melodia imbronciata di “He comes for you”, o ancora nel crescendo di archi di “Jodie Foster”.
C’è una raffinatezza fin troppo rara, in questo disco fatto di dettagli cesellati e di calore avvolgente, ed è un peccato se qualcuno, distratto da luci più colorate, si perderà lo spettacolo di queste stelle che cadono nel giardino…

FREAKOUT
di Mauro Pietra
Un intro recitato da un translucido Dan Fante (scrittore, come suo padre John) è l’apertura del disco con First Avenue, song dal sapore agrodolce e dal temperamento settembrino. This Summer a seguire, un inno malinconico, una voce triste perduta sulla strada di una brillante estate. In We fall, terza traccia del disco, fa la sua comparsa Lara Martelli (l’asso nella manica della Midfinger) a duettare con Gianluca Maria Sorace (cuore del progetto, già ideatore di una tribute compilation dedicata a David Bowie prodotta dalla stessa Midfinger) in una andante ballad spazzolata che viaggia sugli accordi di piano e sui tappeti melodici del violino di Sarah Crespi. Una buona pausa ad annunciare Tiger, il momento vincente dell’album, credo, con un ritornello che potrei ascoltare in loop.
Nel frattempo i muscoli si rilassano, la palpebra cala e cado addormentato come sotto effetto del più potente soporifero, e mi risveglio improvvisamente in Messico sulle note di Stars are crashing in Mexico, una buona canzone ben arrangiata che fa riprendere corpo al disco. Il quintetto toscano tiene bene il “dramma” del secondo album e si riaffaccia all’orizzonte con un disco maturo e stra-meditato, un lavoro che aspira a sconfinare, un timbro nitido che farà parlare di se.

RUMORE
di Sara Poma
Se un disco potesse essere valutato in gradazione alcolica anzichè su scala numerica, Stars are crashing (in my backyard) degli Hollowblue meriterebbe il massimo dei voti. Non che il gruppo in questione sia composto da accaniti bevitori (anche se il singolo del precedente album era intitolato curiosamente Io bevo), tuttavia le canzoni del loro nuovo album evocano splendidamente la decadente insolenza della sbornia triste, malinconica o liberatoria che sia. L'incedere incalzante di First Avenue, con lo speech di Dan Fante, figlio scrittore dell'immenso John, è un colpo al cerchio dei Calexico e uno alla botte dei Devotchka. Man mano che si procede le sensazioni diventano ancora più scure e sbilenche (Tiger, He comes for you o jodie Foster), rivelando un obliquo gusto per il pop, con la melodia innaffiata e nascosta dall'ebbrezza di cui sopra. E poi c'è il violoncello ad accendere il drama ogni volta che ce n'è bisogno. Cosa chiedere di più alla vita? Rispondere col nome di un ben noto amaro sarebbe in effetti troppo scontato, viste le circostanze. (7)

VERSACRUM
di Christian Dex
E' senz'altro il lavoro della consacrazione questo secondo CD degli Hollowblue (ma primo vero "full length"), una delle band del panorama indie italiano di cui si parla di più al momento. Intanto i membri del gruppo hanno un curriculum di tutto rispetto, a partire da Gianluca Maria Sorace, vera "colonna portante" del progetto che era il cantante dei Tangomarziano, una formazione piuttosto nota in Toscana (e non solo). I lettori più affezionati di Ver Sacrum "rivista" potrebbero ricordarsi poi degli Esoteria e degli Under the Rose, due band dark/wave pisane in cui hanno rispettivamente militato Marco Calderisi (chitarra) e Federico Moi (batteria) degli Hollowblue. Per non parlare poi della schiera dei collaboratori che il gruppo ha scelto per questo disco, che include lo scrittore Dan Fante, Sarah Crespi, attualmente nei Kirlian Camera e per un certo periodo anche in formazione stabile con gli Hollowblue, e Lara Martelli, altro nome piuttosto noto della scena alternativa italica. Stars are crashing è davvero un lavoro pregevolissimo, una collezione di 12 episodi rock-indie di gusto spleen, malinconici e agrodolci anche nei momenti più marcatamente elettrici. All'ottima fattura dei brani si accompagnano degli arrangiamenti sapienti che, pur nella ricchezza dei suoni elaborati (oltre ai classici chitarre-basso-batteria ci sono violino, violoncello, pianoforte, tromba, etc.), non producono mai una sensazione di saturazione. Gli Hollowblue con le loro melodie estremamente dolci, la voce piena di pathos di Gianluca, il gusto per le ballate ("murder ballads" sarebbe meglio dire), sanno essere estremamente romantici senza essere stucchevoli: nei momenti giusti tirano poi fuori dei suoni di chitarra che "graffiano" nel modo giusto mentre l'impalcatura del suono è sostenuta da una base ritmica precisa e mai scontata. Gli interventi degli archi, soprattutto nei ritornelli dei pezzi, rafforzano ulteriormente l'architettura sonora della band con melodie di grande suggestione. Esemplare di questa descrizione è "Jodie Foster", non a caso uno degli episodi che preferisco del disco: più atipica invece è un'altra delle mie canzoni preferite dell'album, ovvero "Tiger" l'episodio più "nervoso" della collezione e che ha tutte le carte in regola per sfondare come hit. Il gruppo ha in programma nel mese di aprile una manciata di date nel centro-nord Italia per dei concerti/reading insieme a Dan Fante. Se gli Hollowblue passano dalle vostre parti non lasciateveli scappare.

VITAMINIC
di Enrico Amendola
Devi ascoltarli con attenzione gli Hollowblue, non perché ci sia qualcosa di ostico nelle loro canzoni, ma piuttosto perché bisogna lasciarsi sedurre lentamente dall’eleganza che trasuda da ogni brano. Se sei intento a fare altro mentre il disco gira nel tuo lettore potresti perderti i piccoli dettagli che fanno di questa tela sonora un ricamo a tinte scure, un tessuto soffice da cui farsi avvolgere la sera accanto al camino. La band del livornese Gianluca Maria Sorace ci ricorda che in Italia non si fa soltanto del pop artigianale allo zucchero filato, ma si possono ampliare gli orizzonti con un respiro internazionale che spesso noi dimentichiamo. Quindi niente canzoni rinchiuse tra le quattro mura domestiche di una cameretta a bassa fedeltà, ecco venir fuori un noir-pop impreziosito da inserti di archi (soprattutto violino e viola), da una tromba malinconica e molte note di pianoforte. In questi solchi vive un suono ricco che non si fa barocchismo carico di sovraincisioni, si ergono degli arrangiamenti sinuosi che ricordano il Nick Cave più riflessivo o anche il Neil Hannon (Divine Comedy) solista. Ad arricchirne ulteriormente i contenuti contribuisce il testo e la voce di Dan Fante (figlio di John, proprio lui) nella traccia di apertura e la voce di Lara Martelli in We fall, brano condito da una alternanza di voci maschile-femminile. Una proposta assolutamente affascinante in cui è necessario sprofondare lentamente e con attenzione, anche perché il valore (morale) aggiunto è sapere che il progetto è tutto italiano.

ROCKSOUND
di Ilaria Ferri
Il sound di Hollowblue è ricco, sfaccettato, richiama alla memoria sonorità tipicamente americane ma lo fa con personalità e gusto, senza scopiazzare e senza arrendersi a facili soluzioni. Se poi teniamo conto del fatto che nei crediti appaiono Dan Fante (figlio di John, che ha scritto un testo ad hoc per il gruppo) e Lara Martelli (che ha prestato la sua bellissima voce), non ci sono scuse per rimandare l'acquisto del CD. (8)

ROCKERILLA
di Matteo Chamey
Toscani, ti lasciano in bocca quel sapore tipico del Montepulciano, asciutto, equilibrato e persistente, dal profumo intenso, etereo e caratteristico (Wikipedia docet). Complimenti all'ensemblement di Gianluca Maria Sorace, capace d ipoetizzarsi in malinconiche e rareffate ballads-pop, archi e piano al pallido plenilunio di una notte estiva stellata. Il basso, la chitarra e la batteria ricamano il tessuto pesante delle coperte sfatte di un letto vissuto, rompendone gli anfratti morbidi tra le pieghe di un destino da ricostruire. David Bowie vive tra queste note e Nick Cave soffia il vento delle stelle, le immagini di una storia riecheggiano nell'universo con la carica emotiva di un progetto nato per essere esportato, perchè l'italia non comprende più se stessa. Collaborazioni intense e interessanti con Dan Fante ("First Avenue"), figlio di John, scrittore di caratura mondiale, e con Lara Martelli in un magico duetto ("We fall"). Struggenti malinconie collinari ibridate da ballate di stampo americano. "This summer" brilla di luce propria, il lavoro orchestrale rianima lo spirito italiano, lo poetizza all'inverosimile, è questa la strada che dobbiamo intraprendere, anche i Baustelle ne sono consapevoli da tempo, in modo tale da scartare il marcio che emerge dalle classifiche nostrane. "Tiger" e "He comes for you" aggrediscono come un leopardo ammaliante. La beatlesiana "Hollowblue" e la rivelatrice "Stars are crashing in Mexico" strizzano l'occhio all'acustica dei Calexico. Capolavoro di "pittura" toscana. (8)

BLOW UP
di Bizarre
Secondo album per gli Hollowblue, italiani che cantano in inglese. Le referenze più evidenti del quintetto sono nel rock malato dei grandi spazi americani, da qualche parte tra Giant Sand, Nick Cave e Tindersticks, complici gli arrangiamenti con trombe e archi in quantità. First Avenue, ottima canzone dallo spleen tex mex, vede la collaborazione di Dan Fante (figlio del mitico John); altrove si distinguono languide ballate come No wings inside o Laughing in tears, o peiche western in miniatura (Loverstars). Potrebbero essere gli eredi dei gloriosi Carnical of fools. (7)

IL MUCCHIO
di Federico Guglielmi
Ricercati e raffinati, gli Hollowblue. Esteti del suono per i quali la forma è pero' al servizio della sostanza, che in questo primo album - a seguire l'apprezzato mini "What you left Behind " uscito nel 2004 per la Suiteside - si identifica con un progetto dove intensita' emotiva e cura per il dettaglio si abbracciano in episodi altamente evocativi, onirici e malinconici a dispetto dell'imponenza strumentale. I primi riferimenti dichiarati dal quintetto toscano sono Nick Cave e Calexico, e in effetti il brano di apertura "First Avenue" - composto assieme allo scrittore Dan Fante, che ne declama pure la intro - sembra proprio porsi a meta' strada fra tali punti di ispirazione; nel resto della scaletta, però, emergono espliciti rimandi a maestri come Divine Comedy o Tindersticks, tra languidezze/decadenze filo-mitteleuropee ben sottolineate dalle morbide trame di piano e violoncello, da qualche inserto di tromba e dalla voce tendente al (moderno) crooning di Gianluca Maria Sorace, che in un pezzo - "We Fall" - si fa da parte per lasciare gran parte della scena all'ospite Lara Martelli. Legittimo trovare il tutto un po' ridondante, impossibile tuttavia non riconoscerne la bontà e la bellezza

KRONIC
di Roberto Paviglianiti
"Spend some time in your drugstore mind"
Il progetto Hollowblue ruota intorno al pensiero fantasioso, alla scrittura brillante, alla preparazione tecnica e alla decisa timbrica vocale di Gianluca Maria Sorace. Ma il cantautore livornese non è per niente solo; ad accompagnarlo in questa specie di sogno, dalle fattezze sempre più tangibili e prossime ad una realtà ben precisa, è una band dal corpo italiano e dal pensiero internazionale.
“Stars are Crashing (In My Backyard)” arriva a conferma delle ottime impressioni riscontrate nel precedente “What You Left Behind”; segna un passo in avanti notevole, e si rivela come un punto di maturità rara e considerevole.
Il sound della band si basa su melodie autunnali dai colori a tinte forti, nette, sentite e prive d’ingannevoli sotterfugi. Sincerità compositiva che fa di “First Avenue” un open-track veloce e divertente ma che lascia subito spazio alla profondità di pensiero e al respiro ampissimo di brani come “Tiger”, “ Laughing in Tears” e “Hollowblue”. In questi episodi il gruppo si fa apprezzare meglio, forte delle sfumature aggiunte da Sarah Crespi (piano e violino) e della tromba vellutata di Andrea Inghisciano. Due elementi che si appoggiano sulla ritmica corposa degli Hollowblue (Federico Moi, batteria – Giancarlo Russo, basso) e che insieme alla chitarra, sì tagliente ma sapientemente controllata, di Marco Calderisi disegnano un intreccio melodico che denuncia - oltre a qualità e tecnica notevoli – una tendenza ad avvolgere il tutto con cura, senza lasciare nulla al caso, vagliando e poi occupando tutte le possibili aree espressive. Gli Hollowblue sono un insieme di piccole rotelline oleate a perfezione e minuziosamente tarate. Gianluca canta in inglese, azzecca gli arrangiamenti e si rivela l’ingranaggio focale dell’intera macchina.
D’ascoltare di sera, più volte e senza fretta, lasciandosi trascinare dalle calme correnti.

SENTIREASCOLTARE
di Stefano Solventi
Un album di debutto covato a lungo (ben tre anni sono passati dal mini omonimo che ce li fece conoscere) e si sente. Tempo speso bene: la calligrafia è sovraccarica, versicolore, potente, all'insegna di una sintesi tra romanticismo ingrugnito Cave, noir sabbioso Calexico, inquietudine mitteleuropea dEUS e languore glam mutuato brit-pop come i primi Suede, i Divine Comedy o certe cose del peraltro amico Anthony Reynolds. Ingrediente fondamentale è il timbro da Brian Ferry infeltrito (ascoltatevelo in He Comes For You) del buon Gianluca Maria Sorace, fautore principale e autore pressoché unico del progetto, un quintetto a base di chitarra, violoncello, basso, batteria più gli ammennicoli del leader polistrumentista (piano, chitarra, synth, vibrafoni, loop...), cui si aggiungono fruttuosamente la tromba di Andrea Inghisciano e il violino di Sarah Crespi, talvolta impegnata anche al pianoforte.
Si diceva di un sovraccarico di segni, conseguenza evidente della vis melodica del Sorace, votata allo struggimento decadente, anima in pena languida e tormentata come talvolta un Paolo Benvegnù (la splendida We Fall, cantata assieme a una turgida Lara Martelli), disposta ad estenuarsi tra architetture visionarie in bilico tra psych e prog vagamente King Crimson (No Wings Inside), a pettinare con strali wave scorci desertici pescati in chissà quali balcani (Stars Are Crashing In Mexico!) per poi digrignare l'anima come un Re Inchiostro deposto dal primo Patrick Wolf di passaggio (Loverstars). Restano da segnalare una First Avenue scritta e interpretata assieme a Dan Fante, figlio del grande John e anch'egli scrittore, una Jodie Foster (già!) dalle turpi incandescenze e una Tiger che macina brit emozionale con foga quasi Afghan Wigs.
Tirate le somme, è il disco di una band che ha il merito di pensarsi grande oltre le frontiere - spesso più mentali che altro - di questa provincia d'impero. Volendo possiamo individuare un difetto nell'eccessiva "forza di attrazione gravitazionale" del leader, che a tratti sembra inghiottire tutta l'energia convogliandola nel proprio manifestarsi, impedendo al resto di respirare quanto dovrebbe. Comunque sia, ad averne... (7.2/10)

ROCKIT
di Eleonora Chiari
Trenta secondi di suoni che diventano un'ossessione, in un continuo ascolto convulso senza riuscire ad andare oltre. Ecco il primo impatto con il nuovo lavoro degli Hollowblue. Perché in quei trenta secondi dove un pianoforte ribelle cadenza un tempo instabile, il pensiero che arriva addirittura a Karlheinz Stockhausen mi pare stridere insieme agli archi. Troppa ingenuità da una parte o eccessiva ambizione dall'altra? Più semplicemente, una reminescenza scolastica riemersa grazie alla loro forza di sperimentazione, collante tra diverse sfumature musicali. Di riflesso ad una strumentazione rock di matrice anglosassone, infatti, brilla la presenza melodica al piano e violoncello di Ellie Young, nuovo acquisto della band. Se si continua a spulciare con occhio vigile tra titoli e news, salta all'occhio che parte integrante, nonché featuring d'apertura in "First avenue", è Dan Fante. Tutto è più chiaro: in questo progetto musicale ci ha messo il naso (o meglio, la voce) un figlioccio della beat generation, trasgressivo e suadente. Gianluca Maria Sorace è un frontman carismatico, sa dove andare a parare. Ideatore del tributo italiano a David Bowie, il Duca Bianco lo tiene nel sangue e in "He comes for you" i suoi eclettici tratti distintivi traspaiono, anche per chi ha poco orecchio. Ma la scia di corteggiamenti non si esaurisce. Un tempo in Australia, sulla riva di un fiume, a dirsi addio stavano Nick Cave e Kylie Minogue. Ora e qui, in "We fall", il sussurro di Gianluca si mescola e cade affascinato dinnanzi al protagonismo vocale di Lara Martelli, promessa nostrana già conosciuta oltralpe. A richiamare l'indole dell'eclettico australiano concorre perfettamente "Waltz of windy clouds", la ballata malinconica e cadenzata che congeda il disco.
I timbri notturni della new wave si adagiano su uno scheletro musicale agrodolce, alternando tonalità cupe e psicheliche a spiragli luminosi di raffinata chitarra acustica. Sono stati scomodati pilastri della letteratura e della musica del nostro tempo, eppure "Stars are crashing (in my backyard)" non è un lavoro di copia e incolla, ma frutto di una spiccata e sottile immaginazione creativa. Una piccola opera d'arte al di là delle più ovvie etichettature, troppo riduttive. Le stelle stanno cadendo in un vuoto blu e lo illumineranno per attirare la giusta e meritata attenzione.

INDIE-ZONE
di Paolo 'Folkish' Borrone
Gianluca Maria Sorace, non a caso, è l'ideatore del tributo italiano a David Bowie: la devozione verso il Duca bianco si fa prepotentemente sentire lungo tutta la durata del disco, sia come attitudine che come sonorità. L'ingresso nella band di Ellie Young al violoncello e piano e la collaborazione di Andrea Inghisciano alla tromba insieme al violino di Sarah Crespi conferiscono al disco un'aura cantautoriale e di musica d'autore decisamente elegante. Ecco, non potrebbe esserci migliore concetto come quello di eleganza per descrivere la musica degli Hollowblue.
Ed allora parliamo della musica, partendo della traccia iniziale "First Avenue" scritta e interpretata assieme a Dan Fante, figlio del grande John, o della forza con cui "Waltz of windy clouds" richiama alla mente il Re Lucertola, oppure di come in "We fall" la voce di Gianluca si unisce in un’alchimia perfetta al fascino vocale di Lara Martelli, infine ammettiamo che ci è impossibile resistere, nemmeno volendo, alle distorsioni ed agli arpeggi di "Tiger".
Tirando le somme siamo di fronte ad una prova di maturità considerevole, dimostrazione che la lunga attesa tra questo "Stars are Crashing (In My Backyard)" e l'omonimo precedente mini album di debutto ha dato i suoi (preziosi) frutti.

ROCKLINE
di Marco Lorenzi
E' proprio vero: a volte le realtà di casa nostra rischiano di passare inosservate, pur se contraddistinte ad una forza ed una capacità artistica da far rabbrividire anche i nomi più altisonanti della scena internazionale.
Non fanno eccezione gli Hollowblue, quintetto che giunge direttamente da Livorno, sotto l'ala protettiva dell'ambiziosa Midfinger Records. Stars Are Crashing (In My Backyard) è il titolo di questo full-lenght; un concentrato di sonorità ricercate ed affinate nei minimi dettagli, in dodici tracce dalla straordinaria forza emotiva.
Quello della band trainata dalla voce di Gianluca Maria Sorace è un intreccio di svariate correnti, che spaziano dal Folk al Pop più raffinato, in una chiave Indie che fa della dolcezza nei suoni e della tenerezza che pervade le atmosfere, un vero punto di forza. Ci sono archi, fiati, pianoforti che sembrano chiedere di essere accordati. E ancora chitarre, acustiche o animate da graffianti distorsioni; per chiudere con una sezione ritmica in grado di virare continuamente il proprio percorso.
C'è tutto quello che si chiede ad una ventata di brillantezza sonora, insomma. Innovazione, nella ricerca di dimensioni oniriche e romantiche che sembrano affondare le radici nella letteratura d'altri tempi. Riusciamo a trarre sensazioni simili, ascoltando ad esempio First Avenue e This Summer, coppia d'apertura, che anticipa una We Fall nella quale un quadretto dalle spiccate caratteristiche Jazz si intreccia con la meravigliosa voce di Lara Martelli (altro gioiello di casa Midfinger). La struggente e malinconica ballata di stampo americano è scritta a quattro mani niente meno che con Dan Fante, figlio del più celebre John, anch'egli affermato scrittore.
Senza dimenticare, per altro, tracce quali Tiger (dalle melodie più disincantate, con distorsioni e arpeggi slegati in prima linea) oppure l'altra malinconica ballata Here Comes For You, nella quale emergono a tutti gli effetti il virtuosismo e la fantasia della formazione livornese in questo Stars Are Crashing (In My Backyard).
C'è anche una Hollowblue che dal suono del titolo sembra corrispondere al pezzo più autobiografico della band, mentre nella parte conclusiva del lavoro la maturità artistica del quintetto Hollowblue affiora definitivamente tra i cambi di metrica e registri sonori emergenti in Laughing in Tears, autentico concentrato di emozioni ed atmosfere rarefatte.
Quindi, cala il sipario su Stars Are Crashing (In My Backyard), con le distorsioni di Lovestars ed un pianoforte senza schemi in Waltz of Windy Clouds.
C'è di che sorridere compiaciuti, di fronte a questo full-lenght, che definire "da applausi" sarebbe quasi sminuirne la forza emotiva che raccoglie in sé. Meglio riascoltarlo in silenzio, allora, convincendosi del tutto che si tratti di una perla di rara bellezza artistica e musicale, che senza ombra di dubbio rappresenterà una delle cose da ricordare di questo anno solare che da poco ha iniziato a muovere i primi passi.
Un ultimo accenno, dovuto, sulle liriche. La poesia insita in Stars Are Crashing (In My Backyard) è costruita interamente in inglese. Ci chiediamo, allora: che cosa sarebbe stato, questo disco, se scritto e cantato in italiano? Rimaniamo con il piacevole gusto del dubbio tra le labbra, immergendoci di nuovo nel mondo degli Hollowblue. Ne vale la pena. (83/100)

LOST HIGHWAYS
di Vladimiro Vacca
Colto. Sensuale. Armonioso. Di classe. Stars are crashing (in my backyard) è un distillato di melodie dell’anima errante di Gianluca Maria Sorace. Gli Hollowblue partono jazzy per poi passeggiare su ali di violoncello in First Avenue, musicando i versi ironici dello straordinario scrittore Dan Fante. Lievitando nelle ariose e suadenti aperture di This Summer, si susseguono riflessioni di un amore, alla guida per strade che conducono dove la luna e le stelle rinascono. In We fall il dialogo di due voci, Gianluca Maria Sorace e l’ospite Lara Martelli, si intreccia alla fine di un giorno, segnato dall’incanto di violini e trombe. Il pop che implode in scariche di rock si manifesta nel ritmo incalzante ed etereo della perfetta Tiger. Accenti di piano squarciano una notte insonne dove “I keep my lives apart and No wings inside… Here we are, with something to forget I don’t understand. You break my hart in two, once again”. Climax acustica, sublimi cambi di colore nella perfetta pop song He comes for you. La poesia di melodie senza tempo in equilibro tra ricami di piano e violino, tra il gusto pop dei Calexico e Devics continua in brani come Hollowblue, Laughing in tears, Stars are Crashing in Mexico e Jodie Foster. Lo spirito sensuale di Cave e Bowie si manifesta nelle tracce finali Lovestars e Waltz of windy clouds. Gianluca Maria Sorace e i suoi Hollowblue hanno catalizzato tutte le energie della musica pop-rock che ha lasciato il segno, regalandoci un disco unico e bello. Un disco curatissimo da avere a tutti i costi.

MTV.IT
L'Italia è davvero uno strano paese. Almeno dal punto di vista musicale. Si sprecano ettolitri di inchiosto e tonnellate di bit online per le polemiche sanremesi e rischiamo di non accorgerci di vere e proprie vene auree che serpeggiano per la penisola secondo percorsi assolutamente personali e indipendenti: progetti preziosi, di gente che sa pensare, scrivere, comporre, interpretare e arrangiare canzoni guardando a modelli alti e internazionali. Il che non vuol dire scopiazzare l'ultima novità che arriva da oltrefrontiera, anzi, vuol dire avere cultura. Come nel caso degli Hollowblue e del loro demiurgo Gianluca Maria Sorace che - sia detto per inciso - arriva da Livorno, non propriamente l'epicentro della scena indie italiana. Dopo l'ottimo esordio di "What You Left Behind" (2004) l'ombroso, raffinato e autunnale Sorace torna con "Stars Are Crashing (In My Backyard)", un bellissimo disco destinato a lasciare una traccia anche fuori dalle benemerite venue che continuano a prestare attenzione a questo tipo di produzioni: dodici brani scritti in un inglese maturo (sul sito ci sono i testi) giusto per dimostrare che si può andare ben oltre il canonico 'baby I love you' e affidarsi a una scrittura poetica, scarna nella forma e densa nel significato (non a caso, uno dei due ospiti del disco è Dan Fante, figlio di John, a sua volta scrittore che qui presta la voce nella opening track "First Avenue"). Dodici brani che solo per pigrizia mentale si possono definire rock, impregnati di Calexico ("Stars Are Crashing In Mexico") e delle ballate assassine di Nick Cave & The Bad Seeds ("No Wings Inside", "Hollowblue") ma soprattutto arrangiati senza banalità e con estrema raffinatezza: con Sorace (voce e chitarre) e gli Hollowblue (Marco Calderisi chitarra elettrica, Giancarlo Russo basso e Federico Moi batteria) ci sono il piano e il violoncello di Ellie Young, la tromba di Andrea Inghisciano e la voce screziata e dolente di Lara Martelli ("We Fall"). E poi sullo sfondo c'è sempre il nume tutelare di David Bowie: "Repetition Bowie, Midfinger Tribute To David Bowie" (2007) è il primo vero tributo italiano al duca bianco, e certe lezioni non si disimparano ("Lovestars"). Sinceramente: un disco da ascoltare almeno una volta, anche se non avete in programma l'ennesima gita al MEI di Faenza.
MTV.it LIKES... "First Avenue", "We Fall", "Hollowblue"

MUSIC CLUB
di Ian Della Casa
Gianluca Maria Sorace è il genio d’umanità che sta dietro il progetto Hollowblue ed uno dei cuori pulsanti di casa midfinger. Dopo il precedente “What you left behind” (2004-Suitside) questo “Stars are crashing…” nasce dall’incontro con un altro genio del cuore come Dan Fante, figlio del sublime John e poeta vero fino in fondo. Il suo insegnamento sembra decisivo e dà il là ad un disco strepitoso. Un disco che è una danza malinconica, un tango folk-pop, un viaggio in cui le direzioni si invertono e prendono la forma di una nostalgia pop che definiresti solo hollowblue. E’ come se ci si perdesse in un midwest dell’anima, viaggiando perennemente verso occidente, senza mai vedere i confini d’oriente confondersi con quelli occidentali. E’ un disco che rende la profondità orizzontale, aprendo di fatto una nuova dimensione. Un disco per viaggiatori dall’animo selvaggio, in cui spirito e natura si confondono. Un disco bellissimo e struggente al di là di ogni definizione.

DISCO CLUB
di Marco Sideri
I cinque (+2) Hollowblue suonano quella musica che a volte si definisce rock per pura comodità d’esposizione: in realtà è canzone d’autore sbilenca, dentro porta distorsione e cabaret, melodia e disordine, Morricone e melodie pop, dolci scale di piano e atmosfere noir da tarda notte, ballate simili a carillon e (piccoli) esperimenti. Una formula composita e avvincente, canzoni arrangiate con gusto e fantasia (cello, piano, tromba) in un’alternanza pieno/vuoto di grande efficacia. I cinque (+2) Hollowblue sono italiani e la cosa, tecnicamente, non dovrebbe avere importanza. Ma, piccolo appunto, la scelta di cantare (bene) in inglese lascia un pochino d’amaro in bocca. Perché cantato in italiano questo disco, oltre che bello, avrebbe potuto essere speciale. Opinione personale, ovviamente.



Articles

> Corriere della Sera
Poesia e musica, un reading di Dan Fante


> Repubblica


> Libertà.it
di Elisa Malacalza


> Il Centro
In lui esempio e ispirazione

di Paolo Di Vincenzo


> Il Tirreno
Dan Fante a Firenze con gli Hollowblue

> Il Tirreno
Hollowblue con Dan Fante per il brano First Avenue
di Andrea Lanini

> Il Tirreno
Con la musica fino in Arizona
di Andrea Lanini

> Il Centro
Gli Hollowblue e Dan Fante insieme in «Stars are crashing»
di Paolo Di Vincenzo


Live Reports


> LostHighways
Lezione di stile per cuori ribelli

di Emanuele Gessi

Interviews

> Rockerilla
di Matteo Chamey

> Kalporz
di Davide Vèroli

> LostHighways
Un pop rock elegante tra Dan Fante e David Bowie

di Vladimiro Vacca

> Fuori Dal Mucchio
di Francesca Ognibene

> Kronic
di Roberto Paviglianiti