Press/reviews



What you left behind
Suiteside Records, December 2004


KALPORZ
di Davide Vèroli
La stagione d’oro del rock italiano era già finita da qualche anno, spegnendo un po’ di luci anche su Livorno, da dove erano arrivati Virginiana Miller, Snaporaz, Tangomarziano…Eravamo tutti impegnati a guardare altrove, quando uscì il primo disco degli Hollowblue, “What you left behind”, e avevamo torto. Se fossimo stati attenti, avremmo trovato le esplosioni lontane delle chitarre di “Black birds” ad accoglierci, con una voce profonda circondata da tensione che cresce ad arte. Una tensione astratta, elegante, quasi letteraria: la stessa che attraversava una title-track simile alle fantasie notturne dei Devics, che portava la voce a distorcersi e gli archi ad allungarsi in un sibilo lontano, stilizzando i primi Goldfrapp, in “Triplex sin”, o a tingersi di riflessi jazz tra le chitarre, le spazzole e il vibrafono di “Baker”.
Attenti all’atmosfera da creare forse più che alle canzoni stesse, gli Hollowblue muovevano qui i primi passi, cercando la complicità di un loro simile, Anthony Reynolds dei Jack. Primi passi tutt’altro che trascurabili, fatti di atmosfere ovattate che si continuano a cercare ancora, a distanza di anni.

THE BIG TAKEOVER
by Michael Pearlstein
Italian five-piece band Hollowblue deliver on this poignant, albeit short debut. Gianluca Maria Sorace has an excellent, deep voice, well suited to the passionate ballads he sings on this six-tracks EP, all of them standouts, and all of them on the dark side. Think Tindersticks/Nick Cave/The National, but much more centered around the vocals and less on instrumental bombast. Hollowblue keep it minor key with light strings and barely-there percussion. Everything is perfectly understated, allowing Sorace to convey the bulk of emotion via his expert crooning. Anthony Reynolds (ex-Jack/Jacques) delivers an absolutely killer guest vocal on "io bevo" ("I drink") catapulting this into must-buy territory.

BLOW UP
di Fabio Polvani
Seppure esordienti, i livornesi Hollowblue è come se appartenessero da tempo a quell'accolita di ombrosi sentimentali che schiera gente del calibro di Triffids, Nick Cave, Gallon Drunk, oppure dei Jack che nella figura di Anthony Reynolds partecipano a un brano di questo EP.
Tale pertinenza è data naturalmente dal mood espresso ma anche dalla capacità tecnico-interpretativa di ricrearlo. Nella fattispecie parliamo di motivi che si consumano tra romanticismi filo-patetici e rassegnate dannazioni terrene, tra malinconiche impennate orchestrali e pertugi crepuscolari. Chi si sente emotivamente legato a questo 'sentire' può tranquillamente accomodarsi al tavolo riservato, bottiglia di bourbon compresa.
(7.0/10)

IL MUCCHIO

di Alesandro Besselva Averame
C'è Anthony Reynolds dei Jack che canta la splendida, decadente e alcolica "Io bevo..." (memorabile l'incipit: "I drink because Keith Richards does and Madonna don't") in questo EP di esordio dei livornesi Hollowblue, ma l'impressione è che se non ci fosse tutto funzionerebbe comunque. Lo diciamo non per sminuire l'apparizione magnetica dell'inglese, uno che sa il fatto suo e lo dimostra anche qui, ma per dire che la materia musicale che i toscani danno alle stampe è già assai nobile di per sé. Sei brani, neppure mezz'ora, eppure c'è già un mondo disegnato con polso fermo, un'atmosfera che rimanda a riferimenti classici nel campo del songwriting più umbratile ed emotivo, dalle parti dei Tindersticks e di Nick Cave per intenderci, e una voce - Gianluca Maria Sorace, autore unico di tutti i brani eccetto la già citata "Io bevo..." scritta con Reynolds - che qua e là chiama in causa il vibrato di Bryan Ferry, il Ferry che si tormenta inquieto inseguendo il fantasma di Bogart e non ha ancora ceduto alle lusinghe dei party esclusivi di fine '70. Ma niente calligrafia, e nessun compiacimento da overdose estatica, nella sostanza delle canzoni, che in equilibrio sull'abisso volano leggere aggrappandosi a pianoforti pigiati con delicatezza, spazzole, vibrafoni, violini tesi e chitarre battenti. Con una capacità di muoversi tra i registri e sfumature che denota una maturità rara: dagli stacchi drammatici e nervosi di una impressionante "Black birds" che colpisce prima lo stomaco e poi la testa, al pulsare disperso di "Baker", all'orchestra romantica di "Triplex sin". Eccellente esordio.

RUMORE
di Rossano Lo Mele
Matrimonio logico quello tra la Suiteside e i livornesi Hollowblue. Da una parte una delle etichette indie italiane che più guarda all'estero, dall'altra un gruppo all'esordio (per la Suiteside Drive, filiale di casa dedicata proprio agli avvii di carriera) che non solo canta in inglese, ma si nutre di un immaginario tardo-romantico tutto britannico. Il quintetto toscano non si è limitato a cibarsi negli anni di Tindersticks, Bad Seeds e Divine Comedy. Ha infatti avuto l'opportunità di convocare per questo album breve addirittura uno dei maestri del moderno spleen inglese. Ossia Anthony Reynolds, già voce dei Jack e titolare del progetto solista Jacques. Ne è venuto fuori un buon disco a tinte cupe e archi in primo piano. Visto che inglesi invadono la Toscana, perchè non dare il via al trend opposto?

ROCKIT
di Stefano 'Acty' Rocco
A dimostrare che la malinconia può trasformarsi in istinto che anima la creatività, ecco che gli Hollowblue tramutano la loro cupa attitudine esistenziale in un disco che afferma l'amore per il melodramma rock ed il cantautorato introspettivo. Senza l'esigenza di torturare il gesto compositivo alla ricerca dello spunto geniale, Gianluca Maria Sorace si limita a scrivere di emozioni, lacrime, sospiri, incertezze e cupa quotidianità. Le sonorità rubano le movenze alla vena più ombratile di Nick Cave, trasfigurandola in un rock melodico ed elettroacustico che ammira Bowie e Divine Comedy, ma che rallenta fino al limite del sussurro. Un universo personale in cui lo spleen è usato come la scintilla che accende il desiderio di fare canzoni. A rendere ancora più intenso il percorso emotivo, un ospite illustre come Anthony Reynolds, uno dei maestri della malinconia post-moderna inglese.
Un album breve ed essenziale, eppure denso ed estremamente affascinante. Certo non imperdibile, ma indubbio punto di partenza per un progetto che può guardare senza timore anche al mercato straniero.

OTAKT
by Björn Mogreen
Italiensk A-indie
Senare i år kommer italienska Hollowblues första fullängdare – och den ska bli mycket, mycket spännande att höra, för den här gruppen sticker nämligen ut i den europeiska indiefloran.
Själv kom jag i kontakt med gänget via den brittiska lyrikern Anthony Reynolds, annars kanske mest känd som sångare i gruppen Jack, och i projektet Jacques, som han hade tillsammans med kompositören och gay- och electronicaikonen Momus; Nick Currie.
Anthony sjunger nämligen på ett av de sex spåren på Hollowblues lilla försmaks-ep What you left behind, som man dels kan ordna hem via gruppens hemsida, dels via den belgiske återförsäljaren Mandai. Och visst är det just det spåret som är den här plattans tolvtaggare – men de fem andra skäms inte heller för sig. Det är ”riktig” indie, men mer dramatisk än den typiskt brittiska och dessutom klädd i någonting som påminner lite om svenska folkproggrockklanger a la Contact, men med lite mer påträngande gitarrer och – klockspel! Och av någon anledning får sångaren mig att tänka på en ung Bryan Ferry.
När han sedan också sjunger strofer som ”I drink because Keith Richard does” så har han genast mitt öra. På någon liten biografilapp påstår han sig påverkad av Syd Barret, Chet Baker och Sonic Youth, och det kan möjligen ringa in musiken ytterligare.
Och det är alltså bra. Mycket bra.
(8/10)

VELVET GOLDMINE
di LeBleuDesordre
Avvolge con una coltre di tenebre questo mini cd degli Hollowblue, e lascia addosso un senso di malinconia che si espande, tesa sui pensieri e sul cuore. Niente male come debutto per questo quintetto livornese, formatosi nel 2003 intorno a Gianluca Maria Sorace (Moss Garden, Tangomarziano).
" What you left behind", pubblicato dalla Suiteside nella serie Suiteside Drive, viene dopo alcuni demo accolti con entusiasmo da riviste e siti musicali. Il disco si inserisce pienamente nel solco della tradizione dark (a confermarlo c’è la partecipazione di Anthony Reynolds, voce dei Jack), unendo un immaginario tutto romantico a toni umbratili e melodie che si muovono fra la new wave e la canzone d’autore. La malinconia profonda di Tom Waits unita a venature dark alla Nick Cave.
Il sound degli Hollowblue non ha tuttavia un sapore banale: accanto alle chitarre, dal suono pulito e un po’ blues, trovano ampio spazio il violino e le note dolenti del pianoforte. A rendere questo lavoro ancora più intenso ci pensano i testi, pieni di una poesia lacerata, tra autunni crepuscolari, uccelli in volo sul mare, piogge gelate, giornate bruciate e fiamme ormai spente.
Sei canzoni di raro lirismo, un piccolo coinvolgente viaggio nella penombra, in mezzo a ricordi e sentimenti tormentati.

FREEQUENCY

di Tirza Bonifazi
Iniziato come viaggio solista, e poi divenuto a tutti gli effetti band, Hollowblue è il progetto di Gianluca Maria Sorace, cantautore livornese dalla natura intimista e visionaria. "What you left behind", esordio uscito a fine 2004, potrebbe essere la colonna sonora di un filme immaginario, bellisssimo, raffinato e delicato. Le sei canzoni contenute nell'album hanno il dono di descrivere mondi e tonalità differenti - Orbison, Bowie, Barrett, Cave, Tiersen - rimanendo nel solco "cinematografico", e mantenendo stabile una gravità sonora penetrante e seducente.
Started as solo trip, and then turned into a band in all respects, Hollowblue is the project of Gianluca Maria Sorace, songwriter from Livorno with an intimist and visionary nature. "What you left behind", his debut released in the end of 2004, could be the soundtrack of an imagery, beautiful and delicate movie. The six songs on the album have the gift of picturing different world and nuances - Orbison, Bowie, Barrett, Tiersen - staying in the "cinematographical" area, and maintaining steay an incisive and seductive sonic gravity.

COOLCLUB

di Osvaldo
Hollowblue è il nome dietro cui si nasconde il progetto più o meno solista di Gianluca Maria Sorace, livornese, autore di questo what you left behind licenziato da Suiteside. Metti una voce che sembra corteggiare a tratti Brian Ferry a tratti un Jim Morrison più romanticone che mai, mettici quelle atmosfere velate di malinconia di matrice Nick Cave e scuola Tindersticks, lascia mantecare per qualche ora nella stanza a un volume discreto, schiaccia il tasto repeat e goditi questo disco. Slowly, come la cadenza di questi brani, va ascoltato questo disco, con calma perché lo merita. C’è chi direbbe alt.
Folk, chi indie pop, ma poco importa l’etichette a volte. In questo disco vari elementi convivono pacificamente e semplicemente, sussurrano o irrompono, ma sempre con discrezione. È uno di quegli album che mi piace definire vicini, quelli che quando li ascolti e chiudi gli occhi sembra di vederli suonati a pochi centimetri. Assolutamente da segnalare la bellissima “Io bevo”, per la presenza Anthony Reynolds in primis, e poi per uno degli attacchi più belli che abbia mai sentito (traduco come posso) “Io bevo perché Keith Richards lo fa e Madonna no”. Quando si dice spirito rock and roll.

INDIETRONICA
par Emmanuel
Depuis 1998, Gianluca Maria Sorace joue sa musique depuis Livourne dans la belle région de Toscane en Italie. D’abord engagé dans le groupe punk new wave Moss Garden, il continuera ensuite à composer (mais en solo) à partir de 1990, dans un style plus intimiste, influencé par Syd Barrett, Chet Baker ou Sonic Youth.
Après d’autres expériences de groupe, fructueuses pour la plupart, il crée "Hollow Blue", dans lequel il joue d’abord en solo. Quand son groupe Tangomarziano splitte, Gianluca décide de faire de ce projet solo un véritable groupe. On est alors en 2003. Il engage Marco Calderisi, Giancarlo Russo, Chiara Cavalli et Federico Moi (batteur du groupe Morose, chroniqué dans ces pages).
En 2004, Hollow Blue sort son premier maxi "What you left behind" sur le label de Gênes SuiteSide Record. A noter une collaboration spéciale avec Anthony Reynolds de Jack (albums sur Warner, Too pure, Acuarela, Setanta...).
Ce premier essai propose effectivement une musique intimiste. La base des compositions s’articule autour de la guitare et du chant de Gianluca et s’enrichit des apports instrumentaux de Marco (guitare solo), Chiara (violon), Giancarlo (basse) et Federico (batterie). On compte de nombreux autres instruments tout au long du disque : orgue, boucles, maracas, vibraphone, piano, synthé, etc. qui apportent une touche personnelle à chaque morceau.
L’ambiance est calme et tranquille mais s’assoit sur un fond de mélancolie qui permet à Hollow Blue de développer une vraie intensité musicale.
Chantés en anglais, les morceaux s’inspirent aussi pour la plupart d’une tradition de composition à l’anglaise. Et ce n’est pas qu’une de ses qualités. A l’écoute, on peut penser à Divine Comedy pour la voix et les violons et un certain côté pop. On pense aussi au Tindersticks ou pourquoi pas à The National. De grandes références quoi.
Le morceau "Io Bevo" dans lequel Anthony Reynolds associe sa voix à celle de Gianluca est particulièrement réussi. A l’image des autres morceaux, les mélodies tissent une toile autour de laquelle se greffent les voix pour une ambiance sombre mais toujours délicate. Les paroles en témoignent : "je bois, non pour oublier mais pour me rappeler mon enfance".
Sitôt que le groupe aura trouvé un petit plus d’homogénéité dans ses compositions, la musique de Hollow Blue, romantique et triste à souhait (...) devrait vite trouver preneur et auditeurs bien au delà de sa Toscane natale. Un groupe à découvrir!FREAK OUT
di Roberto Villani
Secondo episodio per Suiteside Drive, la collana di miniCD che la label genovese dedica al materiale di band all'esordio. Se il volume uno si era svolto all'insegna del convulso – ma azzeccato – fragore blues-core degli Amnadino Quite De Luxe, stavolta la "concessione" è a favore di sonorità più intime, o quanto meno segnate da minor esuberanza.
Sono in 5 gli Hollowblue, ma per questa prova si sono avvalsi del prezioso/prestigioso contributo di Anthony Reynolds dei Jack, la cui menzione è già un valido segnale sul sentiero creativo che la band livornese ha imboccato. Sentiero che, almeno dalle nostre parti, non sembra ancora congestionato dal traffico, a meno di non voler fare del cantautorato un unico, indistinto pentolone. Il che andrebbe a scapito della distintività della matrice anglosassone che caratterizza il sound degli Hollowblue, profondamente intriso della malinconica dannazione che "affligge" l'anima creativa di Tindersticks, The National, magari anche i Piano Magic meno cinematici, fino alla radice di quest'albero, Nick Cave/Re Inkiostro in persona.
Con simili riferimenti ci sono due pericoli a incombere: o il mood malinconico, necessario per esprimere delle sincere e toccanti ballad, viene forzato, macchiandosi di artificiosità, oppure, anche nel centrare questo mood, si finisce per subire un condizionamento stilistico che sfocia in esercizi di bella calligrafia, e poco più. Del songwriting di Gianluca Maria Sorace emerge invece un quadro coerente, lineare, e molto personale. Quello che immaginate c'è: strumentazione rock in posizione defilata, largo spazio al violino, voce dolente. E una registrazione pulitissima (sentite la chitarra dell’iniziale ‘Black Birds’). Ma anche, e soprattutto, melodie dolcemente malate di malinconia e ancora bagnate di lacrime interiori, ma in fondo tiepidamente ottimistiche. Come ottimistiche sono le prospettive per chi volesse prestare attenzione agli Hollowblue di qui a venire. Noi siamo tra questi. Ed è lecito aspettarsi che, prima di quest'audience, ci siano loro…

DIRADIO
di Luciano Marcolin
" What you left behind", primo disco dei livornesi Hollowblue è la seconda uscita della serie Suiteside Drive, interessante ed importante iniziativa dell'etichetta genovese Suiteside.
In un'epoca in cui la tecnologia consente la produzione di dischi con una facilità irrisoria, spiazzando (ed è un bene) chi si aspetta sempre l'opera frutto di selezione e duro lavoro, esistono ancora, qua e là, gli autori all'antica. Ovverosia coloro che danno senso a ciò che fanno percorrendo il sentiero impervio della lenta crescita con rigore ed applicazione.
Uno di questi è Gianluca Maria Sorace, livornese, attivo nel sottobosco italico già dal 1988 con vari progetti tra i quali questo degli Hollowblue è nato quasi per gioco ed ora si è trasformato in attività centrale.
Piaceranno a chi ama le tonalità scure che dalla new wave conducono alla canzone d'autore.
Per intenderci, i riferimenti sono personaggi come Nick Cave e Bowie. Non a caso nell'album compare, come autore ed esecutore in un brano, Anthony Reynolds, mente dei Jack, gruppo perfettamente nel solco di quanto detto sopra.
Il breve cd (una ventina di minuti) sorprende piacevolmente per intensità e stile, a rivitalizzare gli stanchi ed inflazionati ascolti di chi naviga da tempo nell'ambiente.
Tra citazioni impegnative ("Baker") e timbri notturni, il disco si lascia ascoltare e colpisce per classe e maturità.

IDBOX
di Alessandro Grassi
Pur essendo un esordio, gli Hollowblue hanno la sicurezza espositiva dei veterani. Come suggerisce la copertina di questo ep, la musica è una lasciva sfilata di ombre polimorfe e candidi abbracci; è ciò che si concede nella naturalezza più spoglia, che ben sa di poter essere ostacolata dai pericoli più sfuggenti.
Quello che si tende a denominare come romanticismo musicale, nelle corde del gruppo Livornese sa della lentezza bramosa dei Tindersticks o del velluto e della seta di Nick Cave, scivola fra le pieghe di un mood malinconico evocato da un piano solitario e da una chitarra piena di rimpianti (“What You Left Behind”), si lascia trasportare da un leggero soffio di violino che sa aprire la visuale a nuovi futuri (“Days Of Wintry Hill”). E il tutto con la memoria affogata in un passato tattile indimenticato, che risuona e si fa musica attraverso i suoi spettri che non smettono di cercare protagonismo in un presente narrato che non li vuole, ma che inequivocabilmente li evoca.
“ Io Bevo” (con Anthony Reynolds dei Jack alla voce) è un’inflessione dolciamara cullante come l’eccitazione che si nutre della paura, melodia carezzante che si cristallizza in una sensazione ricorrente. Si respira un sentore di avvolgente staticità che si respira per tutta la durata di questa mezzora scarsa e che si capta già nel connubio di chitarra e basso dell’iniziale “Black Birds” per poi raggiungere uno dei suoi picchi nella soffice tenerezza di “Baker”.
Gli Hollowblue si fanno ottimi interpreti di una tradizione di scultori d’emozione che non ha tempo in musica, come nell’arte tutta e lo fanno senza perdersi in inutili prolissità interiori o deliri di coscienza rigettata. Un po’ scolastici ma sicuramente avvincenti, “What You Left Behind” sembra la prima gettata di catrame in una strada che potrebbe continuare ad affascinare…

MUSIC CLUB
di Manuela Bua
Continuo con le mie segnalazioni ideali per l’inverno parlando di un’uscita che avevo già annunciato a fine estate, presentando gli interessanti demo contenenti alcune delle versioni ancora “embrionali” di quello che sarebbe stato questo cd prodotto dalla genovese etichetta Suiteside. Non tutti i brani erano già stati presentanti in veste solista o quasi da Gianluca Maria Sorace, ma è molto interessante vedere come un lavoro collettivamente ispirato abbia potuto far sbocciare pezzi già notevoli, come la title track, la struggente, sensuale Baker, con batteria ovviamente suonata con le spazzole, e Triplex Sin, dalla melodia delicatamente avvolta nelle morbidezze di un sintetizzatore. La collaborazione con Anthony Reynolds dei Jack ha dato vita all’intensa Io bevo, la cui oscurità alla Waits si costruisce sull’ossessivo battito della batteria, l’impalpabilità degli archi e l’intreccio di voci a definire il lato più intimista di Hollow Blue (“ I drink, not to forget but to recall my childhood”). Un ascolto ideale per la stagione delle nebbie e della pioggia, che entra in pieno diritto a far parte di questa pagina dedicata alle notti invernali.

SENTIREASCOLTARE
di Edoardo Bridda
Mentre ascoltavo gli Hollowblue ero contemporaneamente impegnato nella lettura delle schede stampa e di alcune recensioni che accompagnavano l'uscita del cd. Parlavano di un amore giovanile del leader Gianluca Maria Sorace per Syd Barrett, del fatto che il musicista abbia iniziato con il "lo-fi" e che le influenze dell'album si possono ravvisare in gruppi quali i Tindersticks, i Divine Comedy, i Gallon Drunk e Nick Cave. Leggevo inoltre della provenienza livornese del gruppo all’esordio discografico e, infine, del fatto che il promo che mi è stato spedito uscirà a dicembre per la Suiteside, l'etichetta che trimestralmente pubblica e promuove artisti esordienti.
Non credendo a nulla di quel che ho scorso velocemente e distrattamente, controllo, incredulo, che l'album sia quello di cui si parla e, a sorpresa, il cd è quello giusto. Prima di interrompere la musica di quelli che sembrano tutt’altro che esordienti, ascoltavo Days Of Wintry Hill e ora Jim Morrison è il primo nome che mi sovviene. La traccia, che ha chiare influenze folk nel riff al violino di Chiara Cavalli e si sviluppa con compostezza proprio come un piccolo ensemble da camera, è caratterizzata dalla suadente e romantica voce di Sorace - vicina a Brian Ferry per l'intonazione ma certamente a quella del Re Lucertola per il mood - e una citazione mirata (la lallazione/tentennamento ritmico che ricorda Love Me Two Times). Ingegnoso l'accostamento, simile a quello già operato dai Tindersticks (ma per nulla staccato/impostato come lo vorrebbe Stewart Staples), piuttosto pare di ascoltare un'anima fragile che si rifà al cantante dei Doors, proprio come accade in What You Left Behind nella quale, dalle prime note, si possono ravvisare echi di You're Lost Little Girl (un brano di Strange Days, Elektra, 1967).
Pur convincendomi della bontà di quei paragoni, e della consapevolezza e gusto con cui questi sono amalgamati nella calligrafia del Nostro, mi rendo conto di quante altre cose ci siano da sviscerare, di quanta cura e raffinatezza goda questo eppì, ma anche di come lo stile di Sorace porti lì dove tutti coloro che sono stati citati (in questa come nelle altre recensioni) sono andati a pescare, ovvero un certo rock progressivo particolarmente incline al neo-classico. Come non pensare ai vocalizzi di un Greg Lake ascoltando Triplex Sin, dove par di ritornare dalle parti della corte del Re Cremisi e del suo mellotron? E in Black Birdsm come non ricondurci alla tristezza noir di Pete Sinfield (che dei Crimson fu per un po' il paroliere)? Ciò che colpisce di Gianluca Maria Sorace è la capacità di citare la tradizione rock più "alta" senza tuttavia risultare emulo o passatista. Che gli Hollowblue siano paragonati a Nick Cave (influenza ravvisabile nella sola Io Bevo con ospite Anthony Raynolds), può certo tornare utile a Sorace, da parte nostra ammiriamo un musicista che ripropone, aggiornandole con tocco personale, alcune belle pagine della storia musicale.
(7.0/10)

INDIEZONE

di Stefano Ficagna
What you left behind è il primo lavoro dei toscani Hollowblue, e dire che è il primo lavoro è fondamentale. Ascoltando i 6 pezzi che compongono quest’album infatti si ha la sensazione di trovarsi a tu per tu con un gruppo già affermato: ottimi arrangiamenti, un campionario di strumenti molto variegato e ben sfruttato, un cantato piacevole e suadente che ricorda per stile Nick Cave (e le reminescenze con questo carismatico personaggio si notano anche a livello musicale), tutti questi elementi fanno di questo disco un ottimo esordio. Quello che ci offrono Gianluca Maria Sorace, compositore di tutti i brani, e soci è un abile concentrato di psichedelica e nostalgia, brani in cui chitarre acustiche, piano e violini creano l’atmosfera mentre alla parte elettronica è destinato il compito di “condirla”, se mi si può passare questo termino culinario…
Si passa così dalla cavalcata iniziale di Black birds, malinconica ma dall’impatto sonoro devastante, alle atmosfere più intimistiche della title track, dove trova spazio qualche reminescenza dei Mars Volta, fino alla mutevole Io bevo, traccia che vede l’importante presenza alla voce dell’ex leader dei Jack Anthony Reinolds. A questo punto l’album perde però mordente: Baker risulta un po’ noiosa e da l’impressone di essere più un esercizio di stile che latro, mentre Days of wintry hill parte da ottimi spunti per arenarsi in una certa ripetitività. La chiusura di questa mezz’oretta scarsa di musica è affidata a Triplex sin, brano in cui le atmosfere tornano a farsi più suadenti per accompagnarci dolcemente fino alla fine…
A parte qualche sbavatura si può dunque asserire di trovarsi di fronte ad un ottimo prodotto, ben progettato e ben suonato: maestri nel creare atmosfere, agli Hollowblue manca forse la capacità di trovare invenzioni stilistiche che spiazzino l’ascoltatore, ma questo è un difetto che col tempo può essere di sicuro colmato…non ci resta quindi che aspettare fiduciosi, perché questo è un gruppo di cui potremo sicuramente sentir parlare ancora.

MUSICOMH
di Helen Wright
Songwriter and author Gianluca Maria Sorace (founder of Tangomarziano, which played the main stage at the Arezzo Wave festival in 2002) is the inspiration behind the Italian five-piece band Hollowblue. His own, however, dates back to an early fixation with the legendary Syd Barrett, Pink Floyd's tragic genius and muse, along with Chet Baker and Sonic Youth.
Hollowblue was his solo project, but with the addition of Marco Calderisi, Giancarlo Russo, Chiara Cavalli and Federico Moi it has grown, flourished and produced a debut album.
OK, it's rather a short album at six tracks and only about half an hour, but for sheer beauty alone it merits more than the EP label. Melancholy, meditative, meandering... a mix of plaintive vocals with a Chris Martin touch, acoustic and the occasional electric guitar, soft strings, delicate percussion.
Opener Black Birds is a good example of the album as a whole. A resolutely minor key melody, poetic and slightly fey lyrics - "The moonflower opens to the fall / birds crawl in from sea / a great flier, a stormy owl / slips from the almond tree..." add up to a seriously beautiful song.
The Barrett influence is less obvious than one would expect, the sound emerging more of a fusion of Coldplay and Jacques with the occasional touch of Goldfrapp (Felt Mountain rather than Black Cherry) thrown in - especially when the vocoder gets in the action on standout track Triplex Sin, and the violin opens up an almost cinematic landscape.
It's perhaps not surprising that a cultural polymath like Sorace should have found something of a soulmate in Anthony Reynolds, who has explored this sort of sound for years in his own solo project Jacques, and continues to do so as anthony. He guests for one track, the aptly named Io Bevo ("I drink"), and a vintage track it is too, with the splendid opening lyrics "I drink because Keith Richards does and Madonna don't but should...".
The Chet Baker influence is strongest in the exquisite track called... Baker, in which limpid piano and gentle percussion provide a very soft jazz feel. Days Of Wintry Hill is more upbeat, though the violins are still mournful.
Why so short an album? Sorace and his compatriots are producing a glorious sound, and for someone who used to write "a large quantity of songs, sometimes even two songs a day" according to his biog, it can't be a shortage of material.
It would be great if he would lighten up just a fraction, and show some of the playfulness that made Syd Barrett's output so irresistible. In the meantime, however, this is a stunning introduction to a welcome new band. All the more welcome considering they come from Italy, more noted this century (alas) for so-called musicians displaying a great deal more cleavage than talent.

KRONIC
di Marco Delsoldato
Abbraccio avvolgente
Il secondo capitolo della saga Suiteside Drive offre all’istante due considerazioni. La prima è l’ampiezza di vedute della label che, dopo il suono abrasivo degli Almandino Quite De Luxe, si è tuffata negli oceani più intimi e profondi. La seconda è il palese buon gusto nella scelta dei protagonisti: in un panorama italiano sempre più sovraffollato (auspichiamo una sorta di patente a punti anche per i gruppi), si dimostra che qualcosa d’interessante, cercando col lumicino e senza pre-concetti, si può anche trovare.
Gianluca Maria Sorace, mente degli Hollowblue, ne è la conferma. Una scrittura persuasiva si accompagna a trame fra l`elettrico e l`acustico, in cui la malinconia è uno schizzo tanto sottile quanto palese. I risultati sono disegni, e non bozzetti, di paesaggi immersi in un ipotetico tramonto destinato a sfociare nella prima alba. La notte è sfiorata, ma non è mai concretizzata nel suo assolutismo. Chitarra, pianoforte, violino e schizzi elettronici si legano a melodie vocali che potreste apprendere in una scuola di noir-pop, in cui il preside è Stuart Staples e fra i docenti compare l’anima di Nick Drake. Non sorprende, allora, il contributo di Anthony Reynolds, che, in “Io Bevo”, riporta alla vita lo stile cupo dei suoi Jack, griffato da quell’estetica che rese celebre un brano come “White Jazz”.
Una nostalgia stritolante perché inevitabile e sincera. Non trascurate “What You Left Behind”, potreste pentirvene.

INDIEPOP
Livornesi, nati dalle ceneri dei Tangomarziano e all'esordio ufficiale su coraggiosa iniziativa della Suiteside, gli Hollowblue sono un frutto peninsulare assai promettente. Si applicano ad una forma di folk deviato e caldo dai contorni incerti, che non sa rinunciare all'aggressività ("Black bids") ma si diversifica in maniera interessante pur frequentando quasi esclusivamente i tempi medi e neri della ballata Caveiana, magari condita da tenere ambizioni jazz ("Baker"). Territorio minato, ma gli Hollowblue se la cavano discretamente grazie alla capacità di evocare la giusta atmosfera (la loro ricca strumentazione passa anche per pianoforte e violino) e a pezzi di buona fattura, come l'ispiratissima "Io bevo" graziata dalla voce di Anthony (Reynolds, il cui album "Neu York" è stato da noi colpevolmente trascurato). Altrove si arrotolano in atmosfere noir un po' verbose e ripetitive, ma sono autocompiacimenti inevitabili (e mi pare di cogliere i Doors tra le note di "Days of Wintry Hill", il mio secondo brano preferito?) che certamente verranno limati dall'esperienza.
Non esattamente indie-pop, dato che la band rinuncia deliberatamente alla delicatezza (retaggio latino) preferendo tenere il broncio negli angoli meno illuminati della sala, ma qui si va a gusti. Un applauso agli Hollowblue, e speriamo che Suiteside continui su questa strada e che raccolga le soddisfazioni che merita.

MUSICBOOM
di Hamilton Santia
Nei bassifondi di qualsiasi cosa
“ What you left behind”, primo disco dei livornesi Hollowblue è la seconda uscita della serie Suiteside Drive, interessante ed importante iniziativa dell’etichetta genovese Suiteside che si propone di promuovere delle realtà esordienti del nostro underground più meritevole. La lungimiranza del progetto viene premiata dalla bellezza di questo ep: sei tracce per 26 minuti di suggestioni d’autore dove il pop incontra il noir e si mescola a venature dark che rimandano ai primi lavori di Nick Cave and the Bad Seeds (Black Birds, What you left behind) e alla struggente malinconia maledetta di Tom Waits (come in Io bevo, cantata da Anthony Reynolds dei Jack). Un disco in cui si cela anche un anima più alt.folk – Days of wintry hill potrebbe essere un pezzo di Thalia Zedek, non fosse per la voce maschile – e dove si trova anche il tempo per uno swing lento e malato come Baker e qualche rimando a certi Radiohead (l’emotività di “The Bends” sembra ritornare in Triplex Sin).
I l lavoro si conferma come un’opera molto piacevole e cresce ascolto dopo ascolto. Una delle ultime sorprese dell'anno, di quelle che ci auguriamo di incontrare nuovamente in futuro, con nuove idee e nuove bellissime canzoni. Canzoni che ci sappiano incantare ancora una volta, come qui riescono a fare.
(3.5/5)

ZIRHCING
by Zirhc
Hollowblue is a new band from Moonpalace records, and they introduce themselves by the impressive mini-album of moody tunes. Featuring in the album, 'What you left behind' is quite a beautiful song, and the voice of Gianluca resembles that of David Sylvian, and this may also be the reason why the song constructs a strong mood of the blues, and the piano sound is perfect! Anthony Reynold appears in 'Io bevo', and it's about the drinking world. A feeling like Jack's tune, nice piece. 'Baker' starts with the guitar sound of Radiohead's 'Talk Show Host', and again, it's a light lounge-music type of tune alike of the moonpalace's sound. 'Days of wintry hill' is another sing-along music with impressive violin interlude. Not only because the band has invited Anthony to feature in the mini-album, but the band also contains a strong character in sound that is similar to Jack's music. 'Triplex sin' is a song that makes me correlate again the 2 bands, esp. the singing style of Gianluca.
(8.0/10)

 




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