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![]() ![]() ![]() ![]() Repetition*Bowie - Midfinger tribute to David Bowie Midfinger Records, January 2007 INDIE EYE di Michele Faggi Repetition Bowie: retorica della scrittura nel primo tributo italiano dedicato a David Bowie Repetition, ri-scrittura di un corpus ingombrante di brani prelevati dalla discografia di David Bowie con il gusto della citazione smembrata e trasversale; re-visione confezionata dalla non convenzionalità di Midfinger Records con il titolo di Repetition Bowie e a tutt’oggi primo tributo prodotto in Italia dedicato all’artista inglese. Il progetto coinvolge artisti di diversa provenienza con un gusto apolide (anche geograficamente) per la combinazione di stili e influenze, limite e vantaggio di ogni tributo che riesca a giocare con la pluralità e una deriva naturale del risultato. Montaggio, cesura, falsi raccordi, sono gli strumenti di cui ogni raccolta dovrebbe servirsi per evitare l’album di ricordi e Repetition Bowie si affida alla forma dell’attacco sicuro con la narcolessia electro di Mama Shamone, trio londinese che mette in atto un vero e proprio trasduttore d’energia su Boys Keep Swinging, traghettata dentro altre forme di elettricità in una versione strutturalmente fedele e priva di quel drumming che congelava l’incalzare pop in un’ipnosi astratta. A rovescio, si giocano le carte del powerpop con un calco timbrico dei cori e una liberazione del brano verso la citazione del fripp di Scary Monsters/ It’s No game durante il fade in chiusura. Il fotogramma successivo è un bell’effetto contrasto e innesta il songwriting degli aretini The Gumo in una riscrittura apocrifa e feconda di Conversation Piece, con l’incedere di I can’t see (…) for the rain in my eyes accostato alla semantica di un Lloyd Cole doloroso e alle tramature di Bedhead, complice la voce di Alberto Serafini che precipita il brano in serena oscurità. Il passaggio strumentale di Drink to me vira il muro analogico di Weeping Wall in un giochino tortuoso/Tortoise fuori dai territori wave schizopatici della band di Ivrea e colloca il brano nella posizione rilassante di un’intermission che prelude all’immersione emotiva di Letter To Hermione, una delle tracce più riuscite dell’intera raccolta, esempio fulminante di ri-scrittura sul corpo di un brano complesso e strappato dal suo flusso antimelodico; HollowBlue insieme a Luca Faggella elaborano una struttura concisa con il senno di un Bowie indietro nel futuro, una chitarra infinita che gioca con la memoria Berlinese e la saturazione di fiati e archi catturati in un crescendo senza fine che destabilizza il brano dopo il primo minuto; la tessitura orchestrale, senza nessuna riduzione o approssimazione di sorta, è quella dei Tindersticks che guardano al seme di John Barry piuttosto che alla scatola. Taglio difficile il successivo, che permette ai Napoletani Atari di sbattere Hello Spaceboy su una superfice agrodolce, Elastica, Micromusicale e ancora una volta sotto la possessione della tramatura chitarristica del Bowie 79-80. Lara Martelli introduce il rapporto difficile con il classico o con la memoria retorica di un classico; Life on Mars è un territorio scivoloso, è sufficiente uno slittamento del senso per trasformarlo in un oggetto alla Vladimir Cosma; Seu Jorge deve averlo tenuto presente nella sua versione demitizzante e irriverente, Lara sceglie al contrario la strada più difficile, cercando di mantenerne la forza drammatica piuttosto che quella tragica, una traduzione fedele che isola alcuni elementi chiave come un sample del piano, la compressione degli archi, e la potenza vocale. Gli svedesi Jenniferever evocano l’universo psichico di Aloha e Joan of Arc per la loro versione di Ashes to Ashes, un buon antidoto per il genoma degli anni ‘80 che sostanzialmente svela alcune connessioni storiche non così esplicite nell’interpretazione Bowiana; la scelta di una tramatura caotica esasperata in chiusura li salva dall’affrontare l’incubo della tastiera di Roy Bittan, un incubo per lo stesso Bowie che non è mai riuscito in un’epifania all’altezza, talvolta sfiorando la soglia del gioco ridicolo nelle esecuzioni live. Riproporre la funzione esoterica del mito o applicarlo in modo più sicuro al proprio universo sonoro, ad una versione portatile della propria sacralità? Indie è una parolaccia che porta con se cicatrici indistinguibili, in questo senso la versione di Heroes approntata dai Bolognesi You Should Play in a Band potrebbe risultare deludente ed esaltante allo tesso tempo; un power punkpop con radici storiche nell’intreccio maschile/femminile alla X, che mantiene vivo il livello epico con un incedere spezzato, ansimante e senza tregua, handclaps compresi. L’idea di come ci si possa avvicinare ad una creatività già data non solo per adesione, è la lettura disfunzionale che Anthony Reynolds fa di Be My Wife, scavo doloroso e profondo nella psiche autobiografica e bio-discografica di Bowie, vicino per affezione allo slow motion di The Bewlay Brothers, che in modo indiretto e quasi impercettibile la versione di Reynolds, ri-scrive. Christopher Saint del progetto Scalaland duella con una lettura soffocata dei mostri tropicali di Tonight nella sua elaborazione di Panic in Detroit, il grande seduttore è la citazione, piuttosto che il lavoro di scrittura e Christopher se la gioca con un’ellisse classica; dissolve Life on Mars in apertura e chiude con un’interpolazione dall’anthem di Big Brother. I sincretici ( Londra, Honk Kong, Italia) Sunny Day Sets Fire erano piaciuti non poco a Indie-eye, qui si scontrano con una versione sintetica di Kooks che ne esalta le sole qualità solari, un fraintendimento funzionale e ipnotico. Absolute Beginners passa nelle mani dei pescaresi Sunflower che con una sicurezza notevole trasformano nella banalità del quotidiano Indie il “professionismo” di un brano che cercava la qualità esclusivamente in un songwriting potente, narrativo e cinematico; il mood è molto più cupo, grazie ad una texture chitarristica per la quale non basterebbe un baule di citazioni per riferirsi a tutto e al contrario di tutto, il risultato è quello più onesto possibile con un brano del genere; sentiero melodico intatto che cerca l’emozione nel crescendo, nel pieno e nel vuoto. Edwood Band si suppone facciano fede al loro nome/mentore nel rielaborare una versione del tutto anti-mitica di Space Oddity, pur rispettando il valore dell’evocazione psichica con la penetrazione delle tastiere nei layer degli altri strumenti; racconto lo-fi di un odissea casalinga. David Muldoon, qui coadiuvato da Simone Meneghello, adora Mark Lanegan, non è un mistero, e la sua versione di China Girl è trascinata giù nella polvere e come piccola memoria (personale) fin dentro la sporcizia delle session di Bowie incise a Dallas insieme a Stevie Ray Vaughan. Il dancefloor di Showroomdummies sostenuti da una serie di guest tra cui M. Remiddi dei Sunny days sets fire, rielabora Beauty and the Beast in un rantolo di urgenza umorale che balla con il funk algido di Fame/Fashion; tratti riconoscibili che introducono la scrittura più arbitraria di tutta la raccolta, Let’s Dance nella versione di Outsider si trasforma in un muro cross-metal con l’idea che ri-scrivere sia per forza rendere irriconoscibile; per un suono cosi caratterizzante e allo stesso tempo gener(ico) mi sono immaginato come scelta possibile le potenzialità stoner di The Width of a Circle. Il passaggio successivo è percepibile come una straniante dissolvenza incrociata; piano/chitarra/batteria/percussioni e il cristallo generato dalla voce di Laura Loriga plasmano uno dei brani più belli di tutto Repetition Bowie; la splendida versione di Starman realizzata da Mimes of Wine rintraccia una deriva emozionale sulla linea melodica originale, sfalzandone tonalità, modulazione e modificando un refrain così ingombrante in una manifestazione della meraviglia; un contemporary folk con il piano che tesse la stessa astrazione e sospensione che è possibile ascoltare in album come Peregrine di Tara Jane O’neil, The Sea and The Bell di Rachel’s e quella radicalità Jazz fuori dagli standard che ha caratterizzato gli ultimi episodi della carriera Talk Talk/Mark Hollis; su quel refrain alluna la cadenza percussiva di un gioco sonoro tra il funebre e il circense, il suono di un folk senza tempo che muta in una lunga danza velvetiana; di Mimes of Wine, il progetto di Laura Loriga, sta per uscire il full lenght di debutto sempre per Midfinger Records, assolutamente da tenere d’occhio. Chiude questo primo tributo Italiano dedicato a David Bowie la versione di All the Madman realizzata con (in)fedeltà neilyounghiana dagli olandesi King me, una scrittura molto interessante che conserva la flagranza vocale dell’orginale, probabilmente per il timbro empatico di Michael Milo che trascina la sua voce tra la solidità corale di un’approccio sinceramente vintage e lo strascico di un folksinger disperato. Repetition Bowie esce ufficialmente per Midfinger Records l’8 di gennaio, data in cui David Bowie festeggerà il suo sessantesimo compleanno, per un calendario delle iniziative connesse all’uscita del Cd, alla sua presentazione ufficiale, ai festeggiamenti e a tutta la macchina messa in piedi da Gianluca Maria Sorace degli Hollowblue, ideatore del progetto, consigliamo di leggere questa news pubblicata da Indie-eye qualche giorno fa. ROCKIT di Renzo Stefanel Chiariamo subito le cose. Malgrado in Italia non sia mai stato sdoganato, David Bowie è uno delle più importanti figure della storia r'n'r. Non solo tra 71 e 72 ha dato la sua forma definitiva al glam rock, ma si è divertito a prefigurare il punk (il riff portante di "Hang On To Yourself" è lo stesso di "God Save The Queen" dei Sex Pistols, che suonavano con gli ampli rubati al Duca, tra l'altro) e l'intera new wave, dalle nostalgie white funky dei new romantics ("Young Americans"), al lato più gothic ("Diamond Dogs"), a quello elettronico ("Station To Station", la trilogia berlinese, "Scary Monsters"). Tanto per dire, i Beatles, dal decantato (e incontestabile) genio, suonano quasi sempre anni 60, e raramente sono più avanti del loro decennio. Stop. L'uscita di una compilation celebrativa per i 60 anni di Bowie è quindi il minimo. Ma deve rispondere a tre quesiti. Queste cover sono all'altezza degli originali, senza scimmiottarli? Questo disco vive di vita propria, piacevole all'ascolto anche per chi non conosce Bowie? Ci rivela degli artisti notevoli, almeno come interpreti? Le risposte sono sì, sì, sì. Certo, non tutto è perfetto: inferiori agli originali sono "Life On Mars?", "Space Oddity", "China Girl" e "All The Madmen" (e vabbé, ma che imprese!, bisogna dire). Lascia perplessi poi "Let's Dance", che dell'originale ha solo il testo. Ma qui ci sono imprese da urlo: "Heroes" (la Gioconda di Bowie), "Ashes To Ashes" e "Absolute Beginners" rese vive, interessanti e toccanti in versioni differenti dall'originale; brani come "Conversation Piece" e "Letter To Hermione", non del tutto riusciti nell'originale bowiano che qui commuovono e brillano di luce inedita; "Be My Wife" (in una versione capolavoro, nello stesso rapporto in cui sta la "Mad World" di Gary Jules con l'originale dei Tears For Fears), "Kooks", "Panic In Detroit", "Beauty And The Beast" che rivelano nuove dimensioni; "Boys Keep Swinging", "Weeping Wall", "Hallo Spaceboy" davvero ben fatte. Ci sarebbe da sparare il primascelta, se non fosse che su dieci cover da urlo sei sono opera di band straniere (gli svedesi Jeniferever, gli inglesi Mama Shamone, Christopher Saint, Anthony Reynolds, Showroomdummies e Sunny days sets fire che però contano un vocalist italiano). Tra gli italiani, da tener d'occhio gli aretini The Gumo, i bolognesi You should play in a band (uno dei più bei nomi per un gruppo), i pescaresi Sunflower e i livornesi Hollowblue e Luca Faggella. Ci daranno canzoni originali all'altezza della loro abilità d'interpreti? Lo scopriremo solo vivendo, per citare uno che al Duca piaceva parecchio, tanto da tradurlo per l'amico Mick Ronson. OTAKT
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