Press/reviews



Wild nights, quiet dreams
aCupintheGarden, November 2009



SENTIREASCOLTARE
di Stefano Solventi
Disco dopo disco - siamo al terzo - gli Hollowblue stanno ritagliandosi un mondo proprio. A forza di storie che esplorano, indagano, mettono in scena e alla prova le turbe esistenziali, il dilemma del sentimento, l'ombra terribile ed enigmatica della morte che guata le caviglie. Romanticismo noir dal piglio assieme cinematico e letterario, ogni canzone l'atto di una rappresentazione teatrale ben delimitata, che procede per situazioni scenografiche in bilico tra rock incandescente e cantautorato mitteleuropeo. T'imbatti quindi in una mischia tra ugge cameristiche e ghigno elettrico, frenesie da blues sclerotico e jazzato (le vampe di tromba, il pianoforte prezioso ed elusivo...), come dei Dirty Three alle prese con l'idioma languido e sferzante d'un Paolo Benvegnù (impressione rafforzata dal sorprendente finale in italiano di Sigma), o come un Nick Cave in bilico tra laconico struggimento Venus e rovello Morphine (come nel melò appassionato e ossessivo di Wild & Scary). Altrove l'impasto si tinge di asprezze desert, come la murder song da mariachi impazzito di Honeymoon, sempre però sul punto di contagiarsi d'altro, come le suggestioni tra Canterbury e deserto Mojave di The Last Day, per non dire della "texbalcanica" Shout, cogli umori decadenti e la febbrile escursione art-wave sbilanciata prog. Quando se la giocano più dura, sanno essere assieme saturi ed eterei (una You Cannot Stop che potrebbe addirittura piacere ai fan dei Placebo), acidi e tormentati (il funky nervoso di I've Go The Key To Change The World). Poi ci sono le ballate, un po' Leonard Cohen e un po' Radiohead, tutto un caracollare fra tumulti sanguigni ed ebbrezza malsana (su tutte la trepida Wild Dogs Run, ospite Sukie Smith al canto), salvo poi spiazzarti in chiusura di programma con una Cry Hell! che imbastisce un raga psych febbrile come un bolero deragliato tra Haight-Ashbury e CBGB's. Sound elaborato, denso e intenso per un disco che sgrana complessità risolte come un rosario d'inquietudini. Gli Hollowblue sono una signora band. (7.3/10)

RUMORE
di Emanuele Sacchi
Fin qui non hanno ricevuto che consensi i nostri Bad Seeds toscani; e non solo in Italia, per quel poco che si può bucare la cortina di ferro virtuale che circonda il Belpaese. Al terzo disco la faccenda non cambia, d'altronde quando la classe c'è non la si perde all'improvviso. Savoir faire, qualità compositiva e voglia di non ripetersi o adagiarsi su lidi già conquistati sono tutte doti di cui Sorace e compagni sono ampiamente forniti: stavolta anche le ospitate si limitano a una comparsata di Sukie Smith (aka Madam), così da far brillare ancor più di luce propria il gruppo. Benchè "brillare" e "luce" non si addicano granché a gente che fa del maledettismo e dell'elegia dello spleen qualcosa che assomiglia a una filosofia di vita. Si narra di notti selvagge e di sogni tranquilli, dove l'abbraccio di Morfeo è l'unico a poter riconciliare con l'oblio. Ma wild ricorre ben più di quiet nell'album e un motivo dovrà pur esserci. (7)

INTERNAZIONALE
di Pier Andrea Canei
Uff, anche questi. Ma che gli ha preso? Suonano benissimo, da rockband profonda, con strutture solide, l'energetica urgenza, gli archi, la cura del suono. Hanno incassato buone recensioni da Uncut. Ma sono anche saliti a Santa Maria Novella. E allora perchè si ostinano/limitano a questo inglese forzato, un po' da alterna-Toefl? E' anche un bel discaccio di carattere, il loro nuovo Wild nights, quiet dreams. Ma la dimostrazione è proprio lì, alla fine si Sigma: una coda inaspettata in italiano, quasi una concessione. In realtà un regalo che fanno a se stessi.

BLOW UP
di Marco Sideri
Uno dei tanti fraintendimenti che affligge la musica oggi riguarda l'approssimazione. Da quando pochissimi hanno inciso capolavori con la noncurante approssimazione con cui si stende il bucato (pochi mezzi, poca cura, tonnellate d'ispirazione e talento), tantissimi hanno pensato che per fare un disco bastasse poco. Al diavolo la produzione, la scrittura, gli arrangiamenti, la cura. Viva la libertà. Errato, purtroppo. Anche per questo "WNQD" appare da subito riuscito: è un album curato, prodotto bene, ha personalità, e mestiere. Detto questo, parliamo d'ispirazione e talento: gli Hollowblue ne hanno. Italiani, abitano un mondo dandy fatto di suoni ombrosi, elettricità vellutata, aggressione distaccata, autorialità pop. Come dei Morrissey prestati al rock d'ispirazione USA. Le canzoni sono gonfie di suoni e particolari (delizioso il cello che screzia il minuetto di Forgot...) ma si appoggiano su melodie forti che rendono l'impatto diretto e avvolgente. Abitano un paese dove la luce entra di sbieco, e rende brani potenzialmente rock qualcosa di più ricercato: esplorazioni del lato oscuro e elegante della ballata, con benvenuti sprazzi di mania (il finale allucinato e invocante di Shout). Non sono di primo pelo gli Hollowblue. E di questo passo ci stupiranno (ancora). Un solo, piccolo, finale, consiglio. Adattare le strofe all'italiano, anziche al forse più naturale e consono inglese, potrebbe aggiungere il definitivo sugello a musica già grande. (7)

IL MUCCHIO
di Federico Guglielmi
Hanno impiegato meno di due anni, gli Hollowblue, a dare un seguito a quello Stars are crashing (in my backyard) che - non contando il mini What you left behins - aveva costituito il loro esordio adulto: un periodo in cui il gruppo toscano ha raccolto consensi (non solo in patria) e ha ulteriormente perfezionato il proprio stile, rimanendo comunque legato alle direttive che il cantante/chitarrista e songwriter Gianluca Maria Sorace aveva tracciato al momento del varo del progetto. L'ambito, insomma, è sempre quello di un "rock d'autore" cantato in inglese ed estremamente ricercato nelle trame strumentali e vocali, dove solennità e romanticismo si abbracciano in episodi - undici, in questo caso - che pagano dazio al post-punk ombroso ma non necrofilo e alle sue successive evoluzioni, con sfumature glam, scampoli filodecadenti e sentimento a-go-go a insaporire la ricetta. Al solito, il rischio è quello della troppa carne al fuoco, ma nonostante la naturale indole alla sovrabbondanza gli Hollowblue sembrano aver trovato la giusta misura; buon per loro, e per tutti gli spiriti (inquieti) che si abbandoneranno al loro vellutato ma energico spleen.

FREEQUENCY
di Tirza Bonifazi Tognazzi
Più che un viaggio lynchiano, come suggeriscono le note discografiche, il terzo lavoro in studio degli Hollowblue dà l’impressione di essere sì un film, ma a metà tra il noir e il western. L’ambientazione oscura e talvolta desertica, polverosa, si distende lungo gli undici episodi della scaletta e avvolge la sobria voce di Gianluca Maria Sorace, protagonista maschile dell’opera insieme a una dozzina di personaggi (strumentali) capaci di riprodurre un paesaggio sonoro denso e tridimensionale in cui le notti selvagge si disperdono tramutandosi in placidi sogni. I've Got The Key To Change The World, che parrebbe un brano di Nick Cave, riunisce idealmente tutti gli umori di un album eclettico – laddove sconfina nei generi che ne hanno influenzato la tessitura – e allo stesso tempo compatto e solido. Certo è che Wild Nights, Quiet Dreams non è un disco da fruire di sfuggita o in sottofondo, troppi dettagli scapperebbero a un orecchio disattento, troppe sfumature andrebbero perse. Solo mettendo a fuoco ogni singola traccia, o scena, si ottiene un piano sequenza in cui ogni attore (compreso il cameo di Sukie Smith, in arte Madam) si offre alla macchina da presa nel suo ruolo migliore. Da vedere e ascoltare in cinemascope. (4 stelle/5)

BEAT MAGAZINE
di C. C.
Sono una formazione italiana con lo spiccato senso del suono internazionale. Chi non li conosce potrebbe tranquillamente trattarsi di una realtà anglofona, sia dal profilo lirico che musicale.Sanno imporre uno stile indie di ampio respiro. Undici tracce dalla cupa attitudine, che gettano un velo di 'sana' malinconia sulla nostra giornata. Ma per alcuni il lato dark della vita può essere fonte di stimoli. Quello che si può intuire ascoltando “Wild Nights, Quiet Dreams” è la grande abilità di manipolare gli strumenti,l'esperienza di una formazione che, oltre a collaborazioni importanti, crea arrangiamenti strumentali di grande spessore. Loro sanno suonare e creare una cornice solida ai testi. (7)

ROCKIT
di Giole Valenti
La copertina dissemina segni inequivocabili di latinismo. Potrebbe esser la promessa di un incubo, se non fosse che il combo in questione dimostra una maturità e una capacità di gestire e, sopratutto, declinare il discorso, in forma credibile e sicuramente al di sopra della media nazionale. Non siamo nell'Arizona di Calexico e Giant Sand, bensì in Toscana, dove il suono viene molato a regola d'arte meglio che a Tucson. Intendiamoci, nulla che voglia eccedere le frontiere già battute in lungo e in largo da certa attitudine indie nel decennio scorso, in merito a soluzioni armoniche e suono vero e proprio, ma rinvenendo nel disco una lucida consapevolezza da parte della band delle suddette premesse, ci lasciamo andare più leggeri sulle trame agrodolci di queste undici canzoni.
Il primo episodio, "Wild & Scary", ballata beatlesiana in vena di bagordi calexichiani - con fiati e archi che entrano dolcemente nell'inciso - suono gradevolmente secco su uno sfondo bucolico. "You Cannot Stop", energica cavalcata elettrica, è un esempio ben riuscito di come si possa metabolizzare la lezione schiettamente indie di gruppi come Low e Black Heart Procession, restando tuttavia sufficientemente fedeli alla propria voce. La terza traccia, "Forgot To Say I Still Love You", è un guazzabuglio conturbante di folk equestre, vaudeville e blues, e una canzone che potrebbe essere stata scritta passeggiando con Tom Waits e i suoi cani della pioggia. "Sigma" si fa carico di un blues straziante, è certamente uno degli highlights del disco.
Poi il lavoro procede tra alti e bassi, dentro e fuori il genere - come in "I've Got The Key To Change The World", funkettone lisergico di ottima interpretazione drammatica - con passo sempre rigorosamente misurato, e su tutto aleggiano i fantasmi di Smiths, Nick Cave e anche gli Starmarket.
" Wild Nights Quiet Dreams" è un disco onesto, si sarebbe detto un tempo, di rock contaminato, dalle soluzioni mature e con un suono ben curato. Ben ristorati dall'ascolto, avremmo desiderato solo un tentativo maggiore della band di svincolarsi dalle sabbie di quella che ormai è storia, forse con un pizzico in meno di piglio melodico e più rischio personale. Lo so, può suonare fuori luogo, come chiedere ad un pittore di annacquare il colore, ma forse ne sarebbe davvero valsa la pena.

LOSTHIGHWAYS
di Emanuele Gessi
A volte ci si trova investiti dalle emozioni, ci si sente sbatutti al tappeto o contro un muro, pressati da mancare il fiato. Altre volte, invece, le emozioni sono in grado di innalzare, fino a provocare delle vertigini dolci, piacevoli ed inebrianti. La musica degli Hollowblue è capace di fare prima una e poi l’altra cosa. Il merito va alle capacità di Gianluca Sorace, prolifica mente di una band composta da validi musicisti affiatati ed in continua ricerca di crescita.
Wild nights, quiet dreams è il secondo album della band (escludendo l’ep d’esordio What you left behind datato 2004), è prodotto da A cup in the garden (libero contenitore artistico nelle mani del chitarrista Marco Calderisi e dello stesso Sorace). Si tratta di un disco bellissimo (e quest’ultima affermazione è tutt’altro che banale). La bellezza è sì un concetto soggettivo ed opinabile, ma quando il lato estetico dell’arte è simbiotico a professionalità e qualità, allora la soggettività si annulla.
Atmosfere calde e desertiche continuano a caratterizzare il sound della band toscana, ma rispetto al precedente Stars are crashing (in my backyard) le novità sono molteplici. La cura per i dettagli è quasi maniacale, simile all’attenzione di uno scrittore nello scegliere ogni singola parola e la sintassi migliore. Per questo Wild nights, quiet dreams risulta essere un’opera organica estremamente solida, perchè coerente e stilisticamente matura, fluida come un romanzo suonato. Archi ed ottoni vengono usati per dare spessore alle emozioni e non solo per riempire il suono, la voce è usata con intelligenza e passione, il ritmo e la melodia trovano equilibrio passando dal rock, al pop, a sonorità jazzy e folk-rock.
Trama del tessuto di note che compone questo album è la narrazione di storie selvagge di amore, morte, speranza, redenzione. L’essenza dell’uomo è celata nella propria primordiale bestialità, in tutte le sue declinazioni negative e positive: su questo gli Hollowblue pongono il proprio sguardo offrendoci spaccati di vite assurde e normali, ma tutte degne di essere raccontate con la propria adeguata colonna sonora.
Con la fondamentale partecipazione di Sukie Smith (aka Madam) nel brano Wild dogs run, gli Hollowblue, grazie a questo nuovo album, hanno dimostrato ancora di essere uno tra i gruppi più validi dell’attuale panorama musicale italiano, distinguendosi per eleganza, composizione ed originalità. In Wild nights, quiet dreams il profilo artistico e poetico della band diviene altissimo. Lasciatevi investire, sollevare ed ubriacare dalla bellezza, qui ce n’è davvero a fiumi.

ITALIAN EMBASSY
di Enver
Quando si dice vinificare in purezza. I caratteri della musica europea e di quella statunitense, per quanto contaminatisi nel tempo, sono ancora abbastanza riconoscibili se grazie ad essi possiamo connotare come appartenente all’oltreoceano il musicare dei livornesi Hollowblue: “Wild nights quiet dreams” è il nuovo album uscito ieri per la propria label A Cup In The Garden, e arriva dopo un lungo lavoro capace di incontrare per strada anche lo scrittore Dan Fante, figlio del più celebre John.
Saranno le ombre, sarà il pianoforte, sarà la bohème dei Divine Comedy unita allo spirito “americana” tipico di band come i National, sta di fatto che pare sempre sul punto di succedere qualcosa in ogni canzone, per quanto il procedimento sia assai concreto e parco di effimere suggestioni: già Wild & scary apre con maturità un discorso teatrale, pieno di fragranze intercontinentali, sigaro e muschio al modo di Giant Sand e Marti.
You cannot stop è rock chitarristico in potenza, una Wild world leggermente epica, nel senso che si dava all’aggettivo prima dell’avvento degli Arcade Fire: Gianluca Maria Sorace imprime sfumature vibranti alla sua voce sottile anche in Forgot to say I love you che si attesta su posizioni colloquiali, drama buckleyano se ve n’è uno. Sigma ossessiona come un vecchio sfondo dei Massimo Volume, strumenti in evidenza e una singolare quanto riuscita piantagione di lingua italiana nel contesto; all’anonima I’ve got the key to change the world dalla scarsa personalità segue per contrasto l’affascinante Honeymoon, dove la frontiera oscura dei Calexico brilla in punta di charleston, e una Wild dogs run col supporto della vocalist Sukie Smith. Green eyes è ritmata e prepara il terreno a The last day, che rivela insospettate connessioni coi Blonde Redhead di non ultimo conio e costituisce uno dei pezzi migliori, così in disarmo eppure movimentato da brevi attacchi di chitarra presi dal surf. Shout è una ballata che finisce in furioso comizio, così Cry hell che chiude il disco con uno speech doorsiano della perdizione, e non è dato sapere se alla fine per gli Hollowblue ci sia un paradiso o un inferno, col secondo da preferirsi per la compagnia, o così si dice.



Interviews

> LostHighways
Questa è la musica selvaggia: intervista a Gianluca Maria Sorace


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